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DALLO STADIO CARLO PRANZO DI LECCE ALL’ ARECHI DI SALERNO: STADI “DA PAURA”? 14:28 - 25 Agosto 2013




In questo articolo, vorrei brevemente argomentare sulla importanza della tipologia di stadio della squadra che gioca in casa. E per farlo vorrei partire dalla “preistoria”, parlando del nostro mitico, beneamato, ma purtroppo abbattuto Stadio Carlo Pranzo (nella foto una rara immagine).
Lo stadio era intitolato ad un ex calciatore leccese, morto durante la Seconda Guerra Mondiale, e si trovava di fianco al Castello di Carlo V, in Viale degli Studenti, a ridosso del Circolo Tennis e non lontano dall'Obelisco situato di fronte a Porta Napoli. L'impianto poteva ospitare 12.000 spettatori ed era stato costruito nell'era fascista. Dal racconto dei nostri progenitori, si dice che molto spesso gli spettatori presenti fossero di gran lunga maggiori rispetto ai limiti legali previsti per la capienza.

Ma l’aneddoto curioso riguarda l’eccessiva vicinanza del pubblico al terreno di gioco, tale da poter intimorire, non solamente la squadra avversaria, ma anche la terna arbitrale. All’uopo, anche quando il sole spaccava le pietre, molti tifosi portavano con sé gli ombrelli, naturalmente non quelli chiudibili, non ancora esistenti ed oggi unici ad essere ammessi all’interno delle strutture, ma quelli con lunghi manici. L’intento era quello, ora di spaventare il calciatore avversario che giocava sulla fascia, ora il guardalinee di turno affinché segnalasse o meno un fuorigioco, a seconda che si trattasse del Lecce o della squadra ospite. A parte questi piccoli stratagemmi, era davvero un calcio di altri tempi!

Domenica 1 settembre, ci troveremo a giocare all’Arechi di Salerno, uno dei campi più ostici per tipologia di stadio. L'impianto prende il nome da Arechi II, principe e duca longobardo, vissuto nell'VIII secolo che spostò la corte del ducato da Benevento a Salerno, e riorganizzando, in tal modo, l'assetto urbanistico e difensivo della città. Tale intitolazione gli vale il soprannome di "Principe degli Stadi" (Fonte Wikipedia). A mio modestissimo parere, quest’ultimo appellativo è decisamente azzeccato, non per la bellezza architettonica, ma perché trattasi di un vero e proprio catino infernale. Pur essendo tifoso del Lecce, devo ammettere che vorrei per la mia squadra uno stadio così.



Indipendentemente dall’attuale capienza, 38000 posti (inizialmente 50000), essendo privo della pista di atletica, non vi sono spazi intermedi tra il campo e gli spalti, pertanto qualsiasi squadra avversaria ha il fiato sul collo dei tifosi salernitani.

Detto questo, per noi, tifosi della maglia, poco interessa se proprietario di uno stadio sia il Comune o la Società calcistica, né ci interessa se ci sia merchandising, marketing ovvero se intorno allo stadio ci siano centri commerciali, parchi gioco, o quant’altro. In poche parole, poco ci interessa uno Juventus Stadium, simbolo degli sprechi all’italiana, in quanto sorto sulle macerie di uno stadio dei recenti mondiali del 1990, ovvero il “Delle Alpi”. A noi tifosi, interessa che la nostra squadra vinca, ovvero che il nostro Lecce vinca.

In verità, sono comunque affezionato al nostro Via del Mare, voluto dopo la prima promozione del Lecce in serie A, nel 1985, dal compianto ex Presidente Franco Jurlano e dal sindaco dell’epoca, deceduto prematuramente, e costruito da Costantino Rozzi ( ex Presidente dell’Ascoli), anche lui scomparso da tempo. L’intento unanime era quello di creare uno stadio anche per i mondiali del 1990, tanto che venne creata una pista di atletica, per renderlo mondiale ed olimpionico.

Purtroppo, però, i poteri forti della F.I.G.C., provenienti soprattutto dal Capoluogo di Regione, scartarono Lecce per privilegiare Bari. A noi, campanilisti, e tifosi soprattutto del Lecce, poco ci ha interessato e poco ci interessa. Addirittura, quando abbiamo ospitato la nostra Nazionale qui a Lecce, dopo diverse brutte figure rimediate dalla stessa, non abbiamo risparmiato “ i grandi campioni” dal chiamarli in coro “mercenari”. Famosi sono i loro risentimenti contro la nostra città in alcune loro interviste. Tali risentimenti, però, sono stati tempestivamente puniti dal dio del pallone, attraverso le numerose e celebri vittorie del nostro Grande Lecce in serie A, contro gli “squadroni” dei “grandi campioni”. Queste cose belle ci mancano, ma sono convinto che torneranno presto.

Ritornando al nostro Stadio Via del Mare, l’unica cosa che toglierei è la pista di atletica: inutile, mai utilizzata ed oramai in condizioni disastrose. Purtroppo, però, non è possibile avvicinare gli spalti al terreno di gioco. Ma non perdiamoci d’animo, non basta la tipologia di stadio a renderlo inespugnabile, la cosa fondamentale è la passione e soprattutto il calore del pubblico.

Molto spesso il Lecce ha conservato, in casa, l’imbattibilità per l’intera stagione. Una su tutte, quella del campionato 1984-85, con la prima promozione in serie A, ma così anche nel 1987-88 con allenatore Carletto Mazzone, coincisa con un’ altra promozione in A. La Grande Curva Nord intonava questo coro: “A Lecce nun se passa, a Lecce nun se passa!. Vorrei tanto che ancora oggi si tornasse ad intonare questo coro. Ma se a Lecce non si passa, perché noi non potremmo, invece, riuscire a passare a Salerno? Solo per un semplice catino?


scritto da Carlo Santega - collaboratore Leccesidentro.it

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